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Lorenzo il Baldacci
04/04/2010 | 21:10 | Stampa

Quando leggi un libro può venirti voglia di scriverne mentre lo divori, non alla fine.

Quando leggi un libro può venirti voglia di scriverne mentre lo divori, non alla fine. Un po’ per vedere se può essere di formazione non solo il romanzo, ma anche la tua recensione. Comunque, il termine recensione non mi è mai piaciuto. Cambia il libro sotto i tuoi occhi per come lo leggi, quando lo leggi, dove lo leggi… se tutto d’un fiato o con pause di varia misura. Dismisura. Quando sei costretto d’un fiato generalmente è perché ti obbligano (com’era a scuola durante l’estate con i romanzi per l’anno successivo), oppure perché letteralmente “ti prende”. Se poi hai anche l’opportunità di parlarne con l’autore, allora è fatta (complice la tecnologia, ovvero “i potenti mezzi messici a nostra disposizione”).

Poi ti fermi e ti dici: perché farlo? Potremmo lasciare la lettura alla lettura e non alla scrittura sulla lettura, che, magari, spezzetta un po’ tutto. Stai lì a guardare il tempo e a palleggiarti le idee. Adesso piove. Proviamoci.

Non so se sia un creatore o un demiurgo che organizza il caos o, più semplicemente, “cantattore” di personaggi che ti sembra d’aver avuto sempre al tuo fianco, o incocciati in qualche pezzetto di vita, e adesso te li trovi lì (nero su bianco). Roan Johnson è vulcanico. E anche nella sua scrittura ci prova. A parlarci della vita, della felicità. Prove di felicità (a Roma est nello specifico, ma potremmo dire quasi ovunque è possibile).

Eccoli, più o meno felici: Lorenzo il Baldacci, il Pilloni e il Ciana, Scarpe Dorate, Marchino, Cinzia e Graziella, Abdul, Micho e Vischio, il professore e il preside, Samia e la sua famiglia…

I personaggi e i luoghi di una Roma periferica e di una provincia toscana che fa tanto piazzetta di un quartiere ancora non sventrato, per certi versi incontaminato, forse ingenuo.

E l’ingenuità c’è sempre nella cesura, nel distacco, nella separazione (voluta o subita) dalla propria piccola terra, verso quello che ci è descritto come grande (forse). Fino a toccare con mano: a partire da una scuola privata per finire un percorso bruscamente interrotto, da un lavoro per mantenersi, da una casa cambiata e poi inventata. Una vespa per muoversi veloci.

Ma questo è il contesto. Il testo mi ha riportato indietro. Una lettura simile, che intreccia un’esistenza precaria nella mutazione dei sentimenti, così come nelle relazioni umane, è stata per me Porci con le ali. Un libro che non si può descrivere, va letto: ognuno di noi lo deve leggere. I tempi sono di certo differenti – come i contesti e questo mondo così nuovo che si è dipanato ultimamente – ma c’è un tratto comune che lega la storia di una vita e i casini di un amore e di più amori. E il sesso e la goduria. «È che in quel momento pensavo che ci sarebbe stato tempo. Che con calma saremmo arrivati a tutto. Il suo gusto mi faceva illudere. Il suo sapore mi annebbiava il cervello». Dal locale dove Lorenzo fa il pony-pizza e Samia la cameriera al mondo.

E poi la storia di Samia. Diversa, totalmente diversa da quella di Lorenzo. L’intreccio costruisce una vicenda che si sviluppa per un intero anno scolastico: non è un amore di scuola, non è un amore adulto. Con le conoscenze reciproche che crescono e si avvolgono alla quotidianità fatta di impeto iniziale e di rallentamenti intermedi. E la precarietà avvolge anch’essa tutti i personaggi e le vite: non è solo il lavoro descritto, è lo stato interiore travolto; ma a Roan piace vederla dall’intreccio delle persone. Dall’estate all’estate successiva. Pronti poi per ripartire di nuovo.

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