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Franca
25/08/2010 | 19:34 | Stampa

Il dibattito continua.

Pensarla diversamente ed essere ugualmente amici è possibile. Punto e basta.

Con questo auspicio voglio scrivere a tutti: a partire dal personale botta e risposta avuto con Giorgio Piccioni, per continuare con i tanti commenti, telefonate, sms ricevuti, finendo con la riflessione di Tanfucio.
Non si tratta più di una questione privata. Nemmeno di lettere aperte. Neanche di un post sul mio blog. Allora scrivo una cosa, vediamo come viene…

Anch’io non sopporto l’opportunismo (non so se solo pisano…) che prevede bugie pubbliche e verità private. Per questo è fuorviante dire cose che non si pensano perché tutti le dicono. Per questo credo nell’ironia, nella dissacrazione, nella satira (soprattutto in tempi come questi, di copiosa censura). Sì, andiamo fuori dai luoghi comuni. Per farlo, però, pongo due condizioni. Innanzitutto parlerò molto di esperienze, perché sono il sale della terra. In secondo luogo farò un po’ di nomi: mi piace dare volti alle cose. Se non ripartiamo dalle persone, dai singoli che rappresentano o, semplicemente, fanno, si mettono in gioco, beh, allora, saremo spazzati via davvero.

Solo una preoccupazione. Essere accostato a tuo padre, caro Giorgio (per la categoria del rispetto, ma sarebbe indifferente il motivo), mi ha fatto un po’ trasalire: forse è un messaggio subliminale per spronarmi alla paternità? Vedremo…


Limbo

Dirò una cosa sola su Rebeldìa, anche perché quello che dovevo dire l’ho scritto ed esposto in tutte le salse possibili. Guardiamo al futuro. Si tratta di riconoscere che la palla del governo e delle scelte universitarie passa, inevitabilmente, ai candidati alle elezioni. Perché Comune e Rebeldìa non chiedono, insieme, impegni concreti, nero su bianco, a chi dovrà decidere delle sorti future dell’ateneo, ovvero ai candidati-rettore? Magari a partire da una possibile disponibilità dello stabile ex-Asnu? Tutto qua. La vicenda di Rebeldìa mi ricorda tanto il limbo dantesco: non certo per colpa dei protagonisti, ma, sicuramente, per sospensione e incertezza di soluzione. Sospensione, appunto. Cerchiamo di risolverla in positivo, è nell’interesse di tutta la città di Pisa.


Contesto

Alice è stanca. Anch’io sono un po’ stanco.

Nicola Lagioia, nel suo Manifesto per autori under 40 pubblicato su un numero del domenicale del Sole24Ore di agosto, ha scritto testualmente: «Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose come stanno col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa, l’ex-ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può aver suggerito un giorno la parola: “Bamboccioni”». È assodato che i nostri padri sono stati meglio dei nostri nonni, ma poi ci hanno spiegato che la favola non sarebbe più stata a lieto fine e che noi saremmo stati peggio. In più ci hanno detto che parlare di scontro fra generazioni sarebbe stato fuorviante per capire davvero l’origine del problema. Non ci credo più al paese delle meraviglie.

Quelli nati negli anni Settanta, i trentenni di oggi, si sono trovati a dover fare i conti con il piano inclinato della precarietà avendo, però, la sindrome del torcicollo: custodivano, ingenuamente, la speranza che prima o poi il posto fisso sarebbe arrivato. Primo errore. Il secondo errore è stato quello di credere che stare alla catena di montaggio a fare tutto il giorno, per tutta una vita la stessa cosa era il paradiso terrestre. Secondo me era un salario vero, associato certamente al posto fisso, e a uno stato sociale degno di questo nome a garantire quella sicurezza che oggi non c’è più.

Quelli nati negli anni Settanta, i trentenni di oggi, hanno vissuto lo spaesamento perché hanno visto nascere la precarietà. Quelli nati negli anni Ottanta, i ventenni di oggi, forse il problema dello spaesamento nemmeno se lo sono posti perché convivono con la precarietà. E i teen-eager, quelli della texting-generation, ovvero cresciuti dentro il mondo degli sms, degli iphone, degli ipad, probabilmente considerano una sfida “la vertigine” di questi tempi che, come recita una canzone, “non è paura di cadere, ma voglia di volare”. Si vola meglio e più sicuri con qualche protezione, però.


Sopravvivere…

«La mia è una generazione che ha lasciato in giro non pochi orfani rancorosi», scrive Giorgio. Non so se quelli lì, oggi, sono senza protezione. Ne dubito fortemente. La generazione di sessantottina memoria ha anche lasciato tanti, troppi baroni che gestiscono atenei e facoltà peggio, molto peggio, di come facevano quelli (presunti) inamovibili dell’università autocrate ed elitaria (si esprimevano così nei documenti) forgiata nel secondo dopoguerra. Andrebbero presi a calci in culo quando votano nei consigli di facoltà i corsi universitari con contratti gratuiti d’insegnamento. Questo, di sicuro, non è di sinistra (i contratti gratuiti, non i calci in culo).

Sono sopravvissuti al debito pubblico italiano, che invece paghiamo tutto intero noi.

Ci sono tanti modi di sopravvivere: a lavoro, in famiglia, in amore, in politica… Per sopravvivere non si è mai fuori tempo massimo, nel senso che proprio chi è fuori tempo massimo, di fatto, sopravvive.

Ribadisco che non ho un torcicollo politico; fisico, al contrario, molto più di quando avevo vent’anni. Io, Gennaro, Nicola, Peppe, Giulio, Niccolò, Marco, Roberto, Michele, Francesca, Alessio, Daniela, Michele… siamo quella generazione definibile “né ex né post” che, con Fausto Bertinotti, c’ha provato ad andare oltre. Oltre Rifondazione comunista. Ci sembrava importante, decisivo forse, ridare senso a una sinistra nuova per il nuovo millennio, che non fosse impantanata nelle secche del sovietismo novecentesco. Non tanto e non solo la questione della nonviolenza, ma, soprattutto, il rapporto fra mezzi e fini. Lo sintetizzerei così: se il fine è giusto e nobile, per realizzarlo non puoi fare tutte le stronzate e le porcate possibili e immaginabili per raggiungerlo. Traduzione: lo stalinismo non è giustificabile con la “difesa della Rivoluzione”; nemmeno il castrismo. Lasciamo perdere la Cina.

Abbiamo fallito? Abbiamo anche noi perso? Storicamente un’ambizione meno nobile di quella che ha animato la lotta di Liberazione o il movimento del maggio francese, ma… ci abbiamo provato (a modo nostro). Forse, se avessimo colto l’attimo, avremmo proposto in tempi non sospetti lo scioglimento di Rifondazione per fare qualcosa di buono: nel 2001, dopo Genova, abbiamo perso la nostra occasione, il nostro piccolo appuntamento con la storia. Cambiare opinione è di sinistra.


È di sinistra.

Pensarla diversamente ed essere ugualmente amici è possibile. Punto e basta. Da bimbetto andavo in piscina con Diego Petrucci e siamo rimasti amici.

Poni delle domande che non vanno banalizzate, caro Giorgio. Sì, come potrebbe pensare qualcuno, richiamano un po’ alla mente il vecchio adagio gaberiano di Destra Sinistra; io, comunque, ho sempre preferito L’illogica allegria, anche se, probabilmente, per questa nostra discussione sarebbe più adatta Latte 70 (andiamocela a risentire…).

Un giorno esco di casa per andare diretto in comune e attraverso spedito, a piedi, le strisce col semaforo rosso: multa (27mila lire, tipo). Cazzo! Non me la sono fatta togliere dall’allora assessore Bini, titolare delle deleghe delle politiche abitative. Come pago tutte le multe per il tanto vituperato spazzamento meccanizzato oggi, così feci quel giorno. Lo trovo di sinistra.
Ho preso un’altra multa, sull’autobus di ritorno da scuola, ai tempi del liceo: l’unico giorno che non avevo timbrato il biglietto tornando da scuola. Non ho dato le generalità false. E, in un’altra occasione, sempre di ritorno da scuola (stavolta come insegnante), ho preso un intercity perché il regionale portava ritardo: la multa che ne è seguita mi è costata l’intera giornata di lavoro (e l’ho pure pagata in contanti). Pagare il biglietto è di sinistra, i treni in ritardo no.

Un’altra volta ero in tv, con Emma, a una specie di tribuna politica per le elezioni universitarie (conduceva un certo Piccioni Giorgio). Correva l’anno 1999. Uno di destra mi attacca sostenendo che mi batto contro gli affitti al nero e le 5.000 case sfitte pisane, ma mio padre affitta la sua casa al nero! Falso, ma un attacco a freddo, in stile Vittorio Feltri, funziona sempre.
Affittare al nero e tenere le case sfitte è di destra (anche se lo fa un parente, più o meno stretto, peggio se pure di sinistra). Stare in una casa al nero e non denunciare l’affittuario è sbagliato, più che di destra. Ma se una famiglia è morosa perché non ce la fa più ad arrivare a fine mese con lo stipendio, è di destra?
Pagare le tasse e denunciare chi non le paga è di sinistra. Un po’ utopico, però, nel paese dei “mariuoli” e dei “banditelli”. Con la prima espressione, un sornione Bettino Craxi stigmatizzava Mario Chiesa, colui che dette l’avvio a Tangentopoli col suo arresto per mazzette; con la seconda, un arrogante Silvio Berlusconi compatisce certi atteggiamenti, diciamo così, un po’ sopra le righe del suo sottobosco da basso impero. Berlusconi non è colui che ha consentito questa corruzione materiale e morale: è colui che fa da garante a una forma mentis e forma operandi italiana che vive dell’adagio “fotti il prossimo tuo prima che lui fotta te!”. E poi si fa la morale: perché scandalizza più l’acquisto di una cucina Scavolini che il conflitto d’interessi da 60 milioni di Denis Verdini. Non scandalizzano le leggi/decreti “ad aziendam”, in base alle quali un debito col fisco, da parte di Mondadori, di ben 350 milioni di euro sarà estinto con soli 8,5 milioni. L’utopia era di sinistra, la corruzione di destra. Tutti gli scrittori di sinistra restano alla Mondadori.

Quando ero al liceo mi sentivo un po’ raccomandato perché mio padre era il Prof. Danti di Italiano e Latino nel triennio del corso E. Faccio l’insegnante, come mio padre, mio nonno e mia nonna, ma sono sempre precario e, non essendoci le chiamate nominali dei presidi, ma graduatorie con il punteggio, non corro pericoli di raccomandazioni.

È di sinistra, e molto, avere un lavoro proprio e poi fare politica. Chi fa il segretario di zona, poi quello provinciale e intanto il consigliere, poi il parlamentare e magari il responsabile nazionale di qualcosa o il segretario regionale, poi il sindaco e, chissà, a fine carriera va a presiedere un cda per arrivare alla pensione (anzi alle pensioni), beh questo è un vizio antico della sinistra, che adesso va bene anche a destra. Non è di sinistra neanche fare il consigliere comunale per vent’anni inseguendo riunioni per non andare a lavorare; oppure dirsi di sinistra, prendere i soldi dei cittadini e poi passare alla storia per essere la più assenteista del consiglio regionale. Anche per questi motivi stimo Federico Gelli, ex-vicepresidente della giunta regionale che, adesso, è tornato al suo lavoro all’ospedale (il solito che aveva prima di fare politica a livello istituzionale).

Conosco cattedre universitarie, studi notarili o medici, scranni parlamentari o consiliari che passano di nome in nome perché il cognome resta lo stesso. Si dirà: un conto è il pubblico, un conto è il privato. Insomma: alla base ci sono anche gli studi che fai e dove li fai. La scuola e l’università  pubblica devono essere posti dove la selezione dei migliori possa permettere anche ai figli dei poveri di poter emergere: sì, bisogna valutare e premiare il merito perché studiare molto e bene è di sinistra. Il problema, semmai, dovrebbe essere un altro: chi è preposto o potrebbe essere preposto a fare la valutazione del merito? Se penso a due o tre docenti universitari pisani della facoltà che ho fatto… mi tremano le vene ai polsi!

Un digossino che ha letto Amici, miei, mi ha detto che ha fatto anche lui gli scout. È un poliziotto che vota a sinistra. Non è un fascista come tanti altri. Purtroppo si eseguono anche ordini che portano alla morte delle persone: come per Franco Serantini o Carlo Giuliani o Stefano Cucchi. Il punto è non farsi prendere dalla sineddoche: ovvero scambiare la parte per il tutto. Dunque se una parte è fascista allora tutta la polizia è fascista e, di contro, tutte le forze dell’ordine sono brave, quindi infallibili sempre e comunque. Semplificare, appiattire e banalizzare un po’ di destra lo è.

Bisogna intendersi, poi, su cosa significa essere prepotenti. “Spaccare la testa a un fascista non è reato” è una frase che non ho mai messo in pratica. Sono antropologicamente (forse, ancor prima, fisicamente) nonviolento: per necessità materiale oggettiva, per convinzione acquisita poi. E dirò di più: trovo violento costruirsi per forza l’avversario-nemico. Guardiamo che cosa è successo con l’analisi della destra italiana: non voglio scomodare Confucio, ma abbiamo scambiato il dito (Berlusconi) con la luna (il berlusconismo), cari Travaglio Marco e Grillo Beppe. E ne paghiamo tutti le conseguenze, soprattutto quando non ce ne accorgiamo.

Resto inoltre ancorato a una concezione evangelica (pena la mia formazione preadolescenziale): «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Proprio per quanto detto nella riga precedente – riconoscendo che fra Rousseau e Hobbes aveva ragione il secondo circa la radicale, ontologica violenza connaturata agli uomini – proprio per questo, dicevo, non ce la faccio a non coniugare nonviolenza con quello che tu definisci, mio caro Giorgio, “pacifismo a oltranza”. Del resto, l’ha scritto anche Tanfucio l’estate scorsa facendo l’anagramma del mio nome: sono pacifista a oltranza perché ho il “dna iridato”.

Sì, lo ammetto (e qui il tono prevalente è quello del Gaber di Qualcuno era comunista) ho la tessera dell’ordine dei giornalisti (però pubblicisti e l’ho pure persa); ho scritto su due-tre muri (però in gioventù e non ero solo); fumo qualche volta alle riunioni (però fuori dalla porta e perché stressato); ho suonato i campanelli alle due/tre di notte (però uno a uno e di sabato sera).

Ho un solo telefonino, ma conosco chi ne ha due ed è a capo di svariati comitati. Una volta mi disse che il primo era per le chiamate della famiglia e l’altro lo usava per lavoro (cioè creare comitati contro l’elettrosmog): direi che non fa una grinza!
Quando chiamo Massimiliano a Buti il telefono non prende quasi mai, così non possiamo parlare e m’arrabbio. Ho cercato più volte di convincere la mia amatissima vicesindaca di quel comune a implementare le antenne, ma per ora nisba.

Andavo allo stadio: o sul lato destro della curva nord con Marco, oppure in gradinata con Riccardo. Non ci sono più stato da quando se ne è andato un mio amico (quelli che sappiamo essere i migliori amici). Dire che “Il Pisa è una fede” mi fa schifo, come gli scontri allo stadio. Conosco due Emiliano e, più o meno, mi fido di quello che mi dicono sul calcio in generale e sul Pisa in particolare. Purtroppo gli incontri si sono diradati ultimamente. Devo confessare, però, che, negli anni Novanta, “po-po-po-po-po-po-Mircea-Lucescu” l’ho gridato a squarciagola mille volte! Era bellissimo, così come era immancabile vedere il martedì sera, con mia nonna, “Parliamo con Romeo”. A proposito: ma Anconetani era di destra o di sinistra?


Pisa

Ho scritto e cancellato, strappato e ripreso, questo pezzo, questa parte.
Il dubbio è il cuore del problema. Il dubbio è sinceramente di sinistra. E così, a questo punto, devo confessare che non ce la faccio, che non sono sicuro di poter fare un’analisi compiuta. Anzi.
Se volessi fare una sintesi semplicistica, se volessi far prevalere proprio l’aspetto politico-amministrativo, direi chiaramente: no, non va bene, Pisa non è governata come vorrei. Eppure, detto questo, coglierei soltanto una parte del problema; in altre parole, mi accontenterei di restare in superficie.

La debolezza è la nostra forza?

Pisa è sempre meno di sinistra, nella sua costituzione materiale, come del resto l’Italia. Ed è più triste e rancorosa, come nel resto d’Italia.
Non sono per le analisi e per le soluzioni facili. Per le vie brevi.
E allora: ci sono ancora delle “animule”, come diceva Michele qualche anno fa? Oppure “pezzi” che non si vogliono, o possono, comporre più? E comunque: accettare tutto ciò che avviene come una conquista della città e per la città, è corretto?

Che Pisa c’è? Che Pisa siamo?
C’è la Pisa delle tre università (e forse sono anch’esse tre atenei distinti). C’è la Pisa dei nativi; e quella dei conquistadores? C’è la Pisa dei migranti? C’è una Pisa che viene usata? E se sì, da chi? C’è la Pisa dei “palazzinari”? Di sicuro c’è quella dei Navicelli, delle colonie rifatte al Calambrone, di Boccadarno e di Ospedaletto. C’è la Pisa dei terroni? C’è la Pisa dei fuorisede? C’è quella delle case sfitte… ma quante? C’è la Pisa degli antagonisti? C’è la Pisa dei militari… e quella dei militanti? C’è la Pisa dell’aeroporto… solo civile o anche militare? C’è la Pisa dei teatri? Quella dei bottegai? Dei pendolari? Dei pub aperti a tutte l’ore? E ancora: l’ospedale, il Cnr e le scuole…
C’è la Pisa dei tifosi; e quella dei rancorosi? C’è una Pisa per i giovani talenti? C’è la Pisa del Giugno? E chi rimane qui d’agosto? C’è la Pisa di chi ruba nei supermercati. E quella di chi li ha costruiti rubando? (Tu da che parte stai?)

Solo le domande aiutano a comprendere bene le cose. Quando sono retoriche, purtroppo, servono per svicolare, per aggirare l’ostacolo. Capita.


Riportando tutto a casa

Qualche democristiano sopravvissuto vorrebbe ricucire il paese. Secondo me andrebbe semplicemente fatta chiarezza. Non c’è niente da cucire, ma serve una buona politica che non faccia il birignao delle posizioni della destra. Vorrei una politica che mettesse al centro Anna che dopo un dottorato e una specializzazione va in America per continuare a fare ricerca, che parlasse a Fausto che ha un contratto da magazziniere mensile, a Tamara che viene dall’Ucraina e lavora dodici ore come badante senza permesso di soggiorno, a Luca che vorrebbe baciare il suo compagno su una spiaggia ma non può e a Giuseppe che è tornato da Kabul dove fa il militare perché ai giovani il sud offre solo questo lavoro.

Torno all’inizio, al contesto. Parlando con Nicola Lagioia, a Roma, dopo un dibattito organizzato su G8, Genova e generazioni, ci siamo soffermati su una frase del suo ultimo lavoro Riportando tutto a casa: «Non si perde quello che non si è mai avuto, non si ha quello che non si è mai perso». La prima parte della frase è chiara, la seconda si può fraintendere… a causa delle consuetudini onnivore, tipiche della specie umana. Non si può perdere ciò che non si è avuto e, mi dicevo, non si ha quello che non si è preso! In realtà bisogna fare un salto di paradigma e cambiare l’ordine consonante-vocale: non si ha quello che non si è perso. Perdere, dunque aver davvero interiorizzato, assimilato, compreso, tanto da poter lasciare. Si lascia la giovinezza, ad esempio, per diventare adulti, portando dentro di noi ciò che siamo stati, proprio perché abbiamo perso quella fase della vita.

In fondo in fondo è come mi diceva la zia di Francesca, Franca, quand’eravamo piccini. «Che cos’è la politica? È tutto. Per esempio quando mi alzo la mattina, come apro la finestra e guardo fuori…». Già, Franca… un po’ come dovrebbe essere la sinistra di domani: franca, cioè libera.

Allora Giorgio, ne parliamo a pranzo nel nuovo posto che mi dicevi al telefono. Con Maria e… Tito. Senti anche se Tanfucio non ha preso impegni come al solito. Siete tutti invitati.

Commenti
28/08/2010 | 21:28
adriana ha scritto:
Dopo aver letto la tua risposta attentamente vedo un Dario che non conoscevo, se mai ho creduto di conoscerti. Condivido parecchietue riflessioni sul significato di "destra"sinistra". Sarà per questioni mie personali che mi hanno permesso di riflettere con distacco sul senso delle cose,a pormi domande sulle mie appartenenze politiche ,sarà perchè sono diventata"grande"(non garantisco totalmente!)Facendo un giro panoramico sulle mie esperienze sia politiche che sindacali,ho capito che l'aver avuto delle appartenenze mi ha rassicurato,gratificato,mi ha fatto sentire parte di un progetto ma mi ha tolto la libertà e spesso anche l'onestà intellettuale. Quella di incasellare tutto in categorie rigide lo trovo ora veramente riduttivo e anche poco intelligente. E' vero che stiamo tutti annaspando alla ricerca di nuove identità intellettuali e politiche che non vorrei fossero autoreferenziali. Non mi riconosco più in un partito,credo debba essere superato. E forse non mi sono riconosciuta mai totalmente con certi schematismi e certe macroscopiche contraddizioni in seno al partito in cui entrambi abbiamo militato. A volte ho trovato molto di "destra" ,se vogliamo proprio usare delle categorie,un certo modo di essere di alcuni"compagnucci" della parrocchietta.La scommessa sarebbe quella di poter fare tutti noi un salto e lottare per il possibile rendendoci credibili. Niki mi piace ,alle primarie lo voto decisamente,ma sono abbastanza "grande" per mantenermi lontana da miti e personalismi. Un abbraccio Adriana demuro

27/08/2010 | 20:23
raimondo pistoia ha scritto:
Ebbene, esiste anche la Pisa dei campi Rom. perchè poi solo Pisa qualcuno me lo deve dire. Comunque sono andato personalmente a vedere le condizioni di vita nel campo Rom Di via Maggiore, dalle parti di oratoio, e francamente non vedo come si possa affermare, come qualcuno va facendo, che questo campo rientra nella perfetta legalità, perchè il Comune in qualche maniera negli anni passati lo ha di fatto reso tale, con l'ausilio anche del progetto "città Sottili", e quindi il Sindaco non dovrebbe permettersi di metterlo in discussione così come va facendo. Io non so cosa sia successo negli anni passati, cioè dal 1994 fino all'avvento dell'attuale Giunta, ma, ritengo, che sicuramente qualche errore, fatto magari anche in buona fede, sia stato fatto, ed oggi ci troviamo di fronte ad una situazione inerente l'accoglienza Rom, a dir poco di difficilissima soluzione. Vorrei far notare, perchè altrimenti non si può comprendere il problema , che a Pisa di campi Rom non v'è solo quello di via Maggiore, che conta oltre 250 presenze, il più grande della Toscana, ma v'è quello di Coltano, quello della bigattiera, quello di Putignano, quello che sta sorgendo al ponte delle bocchette, che conta già una decina di famiglie, le numerose baracche e baracchine, che sorgono quà e là e di difficilissima soluzione operativa e di controllo. Questa condizione oggi ritengo provenga da questo passato, che qualcuno decanta e lo ricorda mi pare con nostalgia, ma che sta creando pesantissimi problemi all'intera comunità, anche dal punto di vista dei costi di gestione, che non finiscono mai,come ad esempio la rimozione dei rifiuti pari a 15 tonnellate, soltanto nell'uitima pulizia. Affermare poi che il campo di via Maggiore vive nella legalità è davvero troppo. Vi sono baracche e baracchine in una condizione di affollamento impensabile, senza alcuna garanzia per l'igiene e la sicurezza. Mi chiedo come possa permanere ancora una simile condizione. Ritengo che il primo cittadino non possa fare altro che andare nella direzione di trovare altre soluzioni per queste famiglie. Insistere, come qualcuno fa, a voler mantenere questo stato di cose, non significa fare del bene a questa gente, ma voler loro davvero male. Personalmente poi vorrei osservare che fra le città a noi vicine, penso a Livorno, Lucca, Massa, Pisa è quella che ospita più o meno oltre mille Rom, a fronte delle pochissime famiglie Rom presenti a Lucca, a Massa, ed anche a Livorno. Non sarebbe male che l'Assessore Regionale cominciasse a pensare seriamente ad una diversa organizzazione sul territorio regionale dell'accoglienza della popolazione ROM, magari coinvolgendo per questo, oltre a Firenze e a Pisa, come di fatto sta avvenendo, anche il resto delle città Toscane comprensive anche di Grosseto, Pistoia, Arezzo e le altre. Così facendo forse Pisa avrebbe sicuramente meno problemi in tale senso e tutte queste energie si potrebbero investire in altri settori del sociale, della cultura e dell'economia, delle politiche rivolte ai giovani, di cui la città necessita da tempo. Grazie pistoia

26/08/2010 | 10:41
paolo ha scritto:
Essere di sinistra ha un orizzonte, essere di destra ne ha un altro. Sono diversi, divergenti in molte cose. Tutto il resto, pagare il biglietto del bus o le tasse, affittare al nero, e le tante cose venute fuori da questo interessante scambio di opinioni fra te e Giorgio, non rientra nella categoria politica ma in quella civica. Non ho fedi, e ci sto bene.

26/08/2010 | 09:23
mario ha scritto:
solo per dire che quelli nati negli anni Settanta oggi ne hanno quasi quaranta, di anni, mentre quelli nati negli anni Ottanta sono ormai i trentenni contemporanei. Siamo oltre il 2010.

26/08/2010 | 00:36
alessandro garzella ha scritto:
Dario non incazzarti per un commento un po' "corporativo" alla tua bella risposta... ma ho deciso di essere ancor più intransigente, d'ora in poi... visto che di "guadagno" nel mio caso ce n'è davvero poco... Pisa dei teatri esiste, ma ancora per poco, temo, per l'incapacità politica complessiva di dare risposte di buon senso... Lo so che il contesto dei tuoi interrogativi sulla attuale identità di Pisa è diverso, ma per favore, non ampliare il gruppo di chi, sui teatri, continua a porsi domande senza riuscire a condividere un indirizzo sul futuro.