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Zeudi
13/02/2012 | 08:15 | Stampa

CONTRORADIO da lunedì 13 febbraio on air

Due righe «da quel di Kathamndu dove è decisamente arrivata la primavera in netto anticipo». Mi scrive Zeudi… Zeudi Liew, che è pisana, ma fa la cooperante in giro per il mondo. Ha studiato all’università e poi master alla Scuola Superiore Sant’Anna, con tante esperienze verso Est.

Eccola ai nostri microfoni:

«Mi faccio raccontare da mia mamma delle varie nevicate e come tutto il notiziario italiano, locale e nazionale, sia in qualche modo legato a quanti metri di neve sono caduti».

«Come tutti i cambiamenti stagionali, anche qui con la primavera sono arrivati i più strani batteri a cui ho resistito per le prime settimane e a cui ho dovuto cedere con un febbrone da cavallo. Essere ammalati a Kathmandu è noioso. Non hai bei programmi in tv, non puoi avere la pasta in bianco e con tanto parmigiano. Quando eravate bimbi ve le portavano le sorprese dall’edicole quando eravate malati? A me spettavano le figurine… Ecco manco quelle. Leggo… quello si».

«Mi adatto e mi organizzo. Con le quasi 19 ore di mancata elettricità non si ha via di scampo. Ho l’invertitore però, una batteria che pare quella di una macchina, che si ricarica con il pannello solare posto sul tetto. Quando non c’è la luce quella parte, e riesce a far funzionare almeno due o tre lampadine compreso il computer per 5 ore». 

«Ho cominciato il mio nuovo lavoro. Mi piace, se non per il fatto che devo pedalare con la mia bicicletta giù per una collina e poi rifarmela in salita spingendo letteralmente la bici, o ingranando le marce più alte… Devo sondare l’eventuale possibilità di cominciare un programma sull’affido minorile per bambini di strada. Preparo corsi di aggiornamento per educatori, operatori sociali e psicologi, mi incontro con ONG ed enti governativi e cosa ultima, ma non meno importante, lavoro con 5 bimbi fra i 10 e i 12 anni, maschi, vittime di abusi sessuali che hanno vissuto per strada per qualche anno. Loro faranno parte di questo progetto pilota, molto difficile da metter in pratica».

«La vita sociale non è male, ho la mia cerchia di amici, ma dopo anni sento sempre più questa denaturalizzazione in ambito amicale e appunto sociale. Mi rendo conto di come noi espatriati si cementi le fondamenta in quelle che chiamo bolle esclusive, realtà fatte di luoghi e incontri solo per noi “stranieri”. Adesso non mancano i benestanti nepalesi, numero sempre più in crescita che vede aumentare la dimensione della bolla. Una parte di me non può fare a meno di partecipare ad eventi e circoli che in qualche modo ricreano atmosfere di casa. Mostre fotografiche, cene ai ristoranti, parlare di cinema e vestirsi senza tabù. Del resto l’altra mia parte vorrebbe avere lo stesso entusiasmo di anni fa quando, appena arrivata, vivevo nei pressi del bazar e non facevo altro che parlare con la gente del posto, mangiare come loro e vivere come loro».

«Credo che sia arrivato il momento di una svolta e forse dopo questo contratto riuscirò finalmente a cambiare scena».

«Però questa ve la devo raccontare perché dopo anni è stato uno dei giorni più belli e divertenti passati in questo paese…».

Ecco un’altra storia… che continua...

«Sono andata con i miei ex coinquilini a fare un giro in bicicletta, siamo capitati nelle bidonville che pullulano sulle banchine del fiume Bagmati.Una città dentro un’altra. La prima fila di garage appartenevano a “quelli del sud”, migranti che sono venuti a cercar fortuna nella capitale. Seconda fila di garage, includendo anche qualche chiosco, c’erano i Tamang, etnia proveniente dall’Himalaya, principalmente buddhiste con connotati anche tibetani. Beh, come tutti i ghetti, l’alcool e la delinquenza sono all’ordine del giorno. Sentirsi però vulnerabili in un ambiente vulnerabile, che sapeva di vero, era come sentirsi di nuovo vivi. Abbiamo pranzato in una bettola, dove c’era una bambina di nome Pema, di malapena 5 mesi che gattonava per terra in vestiti neri dallo sporco. Ci siamo ubriacati con il Thongba, bevanda servita in bussolotti di bambù con dentro semi di miglio e acqua calda. Con tutta quella fermentazione in pancia, c’eravamo convinti che lo sdentato di turno fosse lo sciamano del posto e ci siamo sottoposti a soffi con retrogusto di whisky e giravolte di incenso, giusto per scacciare un po’ di postumi da sbornia. Fattasi quasi sera ce ne siamo tornati indietro e ciò che avevamo visto all’andata sembrava una città fantasma, senza luce, con tutte le sagome che si spostavano dietro i tendoni di plastica. Ogni tanto un fuoco improvvisato per strada dove la gente si scaldava faceva luce al sentiero. Non contenti avevamo deciso di conoscere la sadhu (saggio… santone… guru…) italiana per l’appunto femmina giunta a stare tra i baba presso il tempio di Thapatali a pochi passi dalle bidonville. Miriam, si fa chiamare Gudev Mati qualcosa, ma ricordo di sicuro una cosa… che la sua mail è lucertolina@ qualcosa. Ovviamente ho vinto io, dicendo che una così poteva solo essere del nord Italia. Una san remese che mi ha tenuto ore a parlare dei suoi problemi di visto e di come i baba avessero deciso in India che lei dovesse dedicarsi alla lettura dei sacri testi indiani… con la borsetta del carpisa. Però Miriam era carina, e i baba uomini con quei rasta lunghi erano anche loro gentili anche se per lo più del tempo belli stonati dal fumo che mandavano in giro. Io ero più in fissa per i capelli lunghi 3 metri fatti crescere e annodati per 25 anni, poi li guardavo seduta attorno al fuoco e mi pensavo come il tutto fosse molto bello, e come in un certo senso era come sedersi attorno al fuoco a bersi un bel bicchiere di vino con dei nonnetti e degli amici».

Grazie Zeudi.

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