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«Magari fossi Renato Nicolini»
25/10/2013 | 18:30 | Stampa

di KATIA IPPASO

Qualcuno ha detto di lui che è il Nicolini pisano. Se glielo riferisci, Dario Danti si intimidisce ma si elettrizza anche. «Magari fosse! Per me era un mito». Intanto, questo “ragazzo” di 36 anni, professore di filosofia, “disobbediente” a Genova 2001, un passato dentro Rifondazione e un presente tra le fila di Sel, amico personale di Fausto Bertinotti con il quale ha scritto un libro dal titolo simbolico, Le occasioni mancate, come assessore alla Cultura di Pisa sta facendo in pochi mesi alcune cose “di sinistra”: fare rete, prestare attenzione alla pluralità dei soggetti, senza fare differenze né verso il basso (chi il nome ancora non ce l’ha) né verso l’alto (il mainstream). Perché la critica siamo tutti bravi a farla, ma poi qualcuno deve pure governare e scegliere. E scegliere può significare, per esempio, organizzare una serata in cui i notabili della città pagano i biglietti più cari e si siedono in seconda fila, per lasciare il posto ai detenuti del carcere Don Bosco, che come attori del Laboratorio Teatrale sfilano poi sul palcoscenico accanto a Vecchioni, Tete De Bois, Gianmaria Testa. Perché il carcere tutto può essere tranne costrizione, tortura e obbedienza alla legge del taglione. «Quello si chiama omicidio di Stato».

“L’illogica allegria”, lo spettacolo realizzato al Teatro Verdi, è da concepire come un esercizio di libertà, una messa in corpo di una logica rovesciata?

Per noi è il segno di una rivoluzione culturale. Anche perché l’intero incasso servirà per la realizzazione/ottimizzazione degli spazi teatrali dentro il carcere di Pisa. Il Don Bosco non sarà un carcere modello, ma è comunque tra i più umani che ci siano in Italia. Ci sono delle criticità, sia chiaro, ma quanto a sovraffollamento non siamo certo ai livelli di Roma, Napoli o Firenze. Nel nostro Paese si è rimasti ai Delitti e delle pene di Cesare Beccaria, quello è il nostro riferimento di cultura giuridica. Mentre io credo che il carcere debba servire al reinserimento sociale, per questo l’arte, la cultura e il teatro sono determinanti. Il lavoro che da anni stanno facendo lì dentro Francesca Censi e Paolo Pierazzini con il loro Laboratorio Teatrale è veramente straordinario. In questo senso, la mia stella polare è Armanzo Punzo che ospiteremo a novembre per presentare anche l’ultimo libro che è stato scritto sulla Compagnia della Fortezza. Come amministratore, sto facendo quello che è doveroso fare per permettere la fondazione della compagnia stabile dentro il carcere di Volterra.

C’è un suo coetaneo, anch’egli toscano, anch’egli impegnato in politica, che fa parlare molto di sé. Cosa pensa di Matteo Renzi?

Non sono d’accordo sulla questione amnistia e indulto, però c’è da dire che tutti leggono la prima parte della provocazione e nessuno fa attenzione alla seconda parte del suo discorso. Renzi ha ragione a chiedersi: cosa si è fatto in questi sette anni per evitare che si arrivasse a questo punto? In generale penso che vada ascoltato. Le sue non sono sempre provocazioni. Per esempio sulla questione dello scontro generazionale dice delle cose giuste.

Cioè?

Io ho sempre creduto, anche un po’ bertinottianamente, che quello dello scontro generazionale fosse un falso problema. E che fondamentalmente i figli dovessero avere gli stessi diritti dei padri in quanto a tutele, reddito, ammortizzatori sociali. Ecco, adesso io non sono così sicuro che questi sarebbero dei privilegi. Lo scontro generazionale c’è eccome. Perché i figli non pagano solo l’assenza del progetto di vita (non mi posso fare una famiglia, non mi posso emancipare), ma anche la mortificazione del progetto di vita. A fine carriera i genitori guadagnano 1900 euro al mese mentre i figli non guadagnano più di 700 euro. E ci troviamo nella condizione paradossale che i ragazzi della generazione digitale sono mantenuti dai nonni. In questo Renzi ha ragione… Io sono contro la meritocrazia ma sono per il merito. Ma chi giudica il merito? Come fa a valutare il talento delle nuove generazioni qualcuno che nelle istituzioni è entrato durante la Prima Repubblica con il pentapartito?

In varie circostanze lei ha citato l’Estate Romana di Nicolini. Inutile dire che rispetto a quel modello siamo tornati indietro.

L’idea fantastica era quella di smilitarizzare le piazze. Non si militarizzano i luoghi dove si fa cultura e aggregazione. Si fanno le cose a cielo aperto. La poetica dell’effimero era dirompente. Voltaire dice: il superfluo è necessario. Le istituzioni secondo me dovrebbero occuparsi proprio di ciò che è “eccedente”, tutto ciò che ingiustamente viene considerato superfluo e che invece assicura una crescita spirituale e culturale. Finanziare la cultura di tutti i tipi non è un dispendio di risorse ma un obbligo morale. Perché leggo quel libro? Per provare quella vibrazione interiore che mi fa sentire vivo.

Nella cartina geografica e nei nostri spazi mentali, Pisa non occupa un posto granitico. Ma parliamo tanto di ribaltare le logiche centro/periferia, poi una volta che si fa magari nessuno se ne accorge…

L’idea che sto cercando di portare avanti da giugno è quella di fare rete, per valorizzare al massimo quello che c’è. Non occorre né avere un ente imperialista per fare cultura soltanto né bisogna essere per forza esterofili portando dall’esterno eventi impacchettati. Faccio un esempio. Ho voluto valorizzare la mostra su Andy Wahrol alla Fondazione Palazzo Blu (fino a febbraio), che è bellissima, costruita con grande intelligenza. Senza per questo creare una contrapposizione con realtà che vengono dal basso. Se c’è il teatro di tradizione a Pisa, non devo eliminarlo a favore del teatro di ricerca, devo trovare il modo per reperire fondi perché nessuno resti escluso.

Il gesto più “irregolare” della sua vita?

Nel 2006 mi sono licenziato come funzionario di Rifondazione Comunista per fare l’insegnante di filosofia.

Mai avuto ripensamenti?

No, sono orgoglioso di aver fatto quella scelta. E l’ho fatta nel momento in cui Rifondazione era all’apice. Non ho rimpianti perché sono convinto che prima si fa il lavoro, la professione per cui si è nati, e dopo si fa la politica. Adesso io faccio l’amministratore. Ma non lo farò in eterno. E proprio perché non voglio farlo in eterno cerco di dare il massimo. Un po’ il contrario di quello che si fa di solito. Il partito è uno strumento, non un fine.

Due anni fa uscì il suo libro scritto con Fausto Bertinotti “Le occasioni mancate”: una riflessione su tre decenni della nostra storia che partiva dalla radiografia del 1991, del 2001 e del 2011. Si concludeva con una speranza: che la sinistra sapesse cogliere l’utopia lanciata dalle rivolte arabe. Come aggiornerebbe oggi quel capitolo?

In molti casi quelle tensioni utopiche si sono infrante e le rivolte stesse hanno avuto dei ripiegamenti integralistici. Io descrivevo l’anno e poi intervistavo Bertinotti che soprattutto rispetto alla primavera araba era molto fiducioso perché si aspettava che la sinistra cogliesse questa occasione storica. Anche se il suo ragionamento era complesso. Intravedeva la possibilità di una sconfitta.

Bertinotti nel frattempo è approdato a una svolta nichilistica.

È vero, anche se adesso ha bagliori bergogliani.

Anche lei un fan di Papa Francesco?

Non possiamo ignorare l’effetto di rottura dei gesti di Bergoglio. Si, questo Papa mi piace.

 

Da Gli Altri, 25 ottobre 2013

Commenti
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04/11/2013 | 00:03
cristiana ha scritto:
Bravo, bell'intervista, il papa non mi piacem troppo populista, ma tutto il resto sì!