blog  
 
 
Dimettersi dalla sinistra
13/11/2015 | 22:13 | Stampa

da alternative per il socialismo, n. 37 [ottobre|novembre 2015]

Secondo me c'è un vizio di fondo; chi fa professione di fede cristiana lo chiamerebbe peccato originale.

Su cosa si fonda la sinistra – almeno in Italia – dopo la caduta del muro di Berlino? O meglio, da quale dicotomia – creata o subita non conta – trae legittimazione la sinistra italiana? La risposta potrebbe essere la seguente: dopo il crollo dei paesi del cosiddetto socialismo reale, la sinistra italiana trae legittimazione dalla categoria del tradimento; c'è chi ha tradito e chi no (e per questo motivo si autodefinisce come puro).


La «mutazione genetica»

Personalizziamola: l'ultimo segretario generale del Partito comunista italiano, Achille Occhetto, tradisce una storia e un popolo cambiando nome e simbolo al Pci. Se chi si oppone a tale svolta usa l'espressione «è in atto una mutazione genetica», è evidente che l'accusa è molto grave e ha proprio a che fare con il concetto a cui abbiamo accennato prima. Chi non vuole cambiare nome e simbolo, di conseguenza, non tradisce quella storia e, soprattutto, quel popolo. Un popolo che è energia vitale, slancio, passioni e militanza; Occhetto lo derubrica nel momento in cui investe su un secondo partito, ovvero quello inteso come linea politica, ceto politico, stato maggiore e burocrazia. Sceglie il luogo separato della politique politicienne, anziché ancorarsi alla storia del conflitto sociale e della democrazia partecipata. In questo modo, spezza quella che Antonio Gramsci chiamava connessione sentimentale fra il partito e il proprio popolo: l'appartenenza non è più una virtù.

Sull'uso (e abuso) dello stigma tradimento legato alle scissioni/separazioni si potrebbero fare innumerevoli esempi precedenti e successivi all'evento in oggetto: basti pensare, nella storia del Pci, alla radiazione del gruppo del manifesto. Lo scioglimento del Pci, comunque, a mio modesto modo di vedere (e anche un po' per biografia personale...), rappresenta il vero e proprio spartiacque che sancisce l'elevazione a dogma – più o meno volontario – dello stigma tradimento. E le scissioni non finiscono mai: scissioni di partiti, financo all'atomizzazione, ma anche scissione dalle proprie convinzioni/militanze più o meno originarie (ammesso e non concesso che si debba, sempre e comunque, restare uguali a se stessi vita natural durante). Cambi idea? Tradisci. Te ne vai? Tradisci. A seconda dei casi, anche se resti puoi tradire...


L'ultimo tentativo

Rifondazione comunista prima versione – è bene dirselo, storicizzando – nasce più o meno così: Achille Occhetto, Massimo D'Alema & Co. hanno tradito e allora noi, comunisti veri, puri e duri, ce ne andiamo, o meglio sono loro che prendono le distanze, rinnegano, di fatto si scindono da una storia e da un popolo (quello comunista italiano). La Rifondazione comunista di Armando Cossutta, Sergio Garavini e Lucio Libertini se fosse restata così, ovvero agganciata alla contrapposizione identità versus tradimento, si sarebbe ben presto logorata fino all'inesorabile esaurimento (cosa che è accaduta lo stesso, ma parecchio tempo dopo). Il patatrac non avviene subito perché, dalla seconda metà degli anni Novanta, l'allora segretario Fausto Bertinotti prova a fare un paio di operazioni politiche che daranno respiro a quella che di lì a poco si sarebbe autodefinita sinistra di alternativa.

La prima: il governo per il governo non è l'alfa e l'omega di una politica del cambiamento, dunque si produce la rottura con il primo governo di Romano Prodi nel '98 e la fuoriuscita del Prc dalla maggioranza parlamentare che sostiene l'esecutivo ulivista. Ricordiamo, per gli smemorati, che Rifondazione comunista al tempo dell'Ulivo grazie a un patto elettorale di desistenza riesce a far vincere la coalizione di centrosinistra e, al contempo, non vuole ministri o posti di sottogoverno: ha interesse, invece, a orientare le politiche concrete del governo e le scelte legislative del parlamento. Per questo motivo fa prevalere il seguente assunto: se vi sono politiche positive per chi sta peggio, per i più deboli e il compromesso rappresenta una mediazione positiva, bene, altrimenti è rottura e la collocazione non può che essere quella di una opposizione puntuale e costruttiva. Dopo l'ingresso nell'Euro, Bertinotti lancia la campagna politica o svolta o rottura, cercando di ottenere dal primo governo Prodi misure redistributive e innovative come l'abolizione dei ticket sanitari per le fasce più deboli della popolazione e una legge sulle 35 ore lavorative. Non otterrà nulla di tutto questo: ecco il motivo della rottura, la conseguente caduta dell'esecutivo ulivista e, guarda caso, l'ennesima scissione nel gruppo parlamentare, prima, e nel partito, poi, da parte dei Comunisti italiani guidati da uno dei fondatori di Rifondazione, Armando Cossutta, e dall'allora capogruppo del Prc alla Camera, Oliviero Diliberto.

Secondo punto di innovazione, connesso al primo: il rapporto fra fine e mezzi (in politica) non deve mai essere strumentalizzato piegando il primo ai secondi. Della serie: visto che arriverà il famoso e mitico sol dell'avvenire, intanto si può accettare di tutto e di più (anche il peggio del peggio come i gulag o le purghe staliniane, tanto il comunismo prima o poi si imporrà inesorabilmente come il nuovo sistema economico mondiale). In questo senso, l'approdo alla nonviolenza – che pone mezzi e fine sullo stesso piano – è il frutto di un percorso che tiene dentro le pratiche del movimento dei movimenti contro il G8 di Genova (dalle Tute Bianche alle suore di Boccadasse, per intendersi) e i temi del Forum sociale europeo di Firenze. Il tutto matura in quello che molti studiosi – Lucia Della Porta in primis – hanno definito il triennio dei movimenti che si sviluppa dal 2001 al 2003.

Queste due questioni grosse come macigni – il rapporto col governo e la cultura politica della nonviolenza – vengono viste anch'esse, paradossalmente, come scissioniste. Ecco perché – "da destra" e "da sinistra", per semplificare – Fausto Bertinotti viene accusato di tradimento: i "riformisti" dicono che non sa accettare la sfida della responsabilità e del governo, tipica della tradizione comunista italiana (da Togliatti a Berlinguer); i "rivoluzionari" accusano l'allora segretario di Rifondazione di aver annacquato (e in parte rinnegato, leggi tradito) la storia del movimento operaio e del comunismo novecenteschi. In entrambi i casi tradisce perché innova (e pensare che c'era l'ambizione di rifondare il comunismo o, quantomeno, la sinistra italiana...).

È lo stesso Bertinotti, una decina di anni dopo, a riflettere sull'occasione mancata rappresentata dal portato di Genova 2001. La sua analisi critica fa lava non sulla troppa innovazione praticata, ma, semmai, su un deficit di innovazione che non gli ha permesso di andare fino in fondo. Il movimento dei movimenti – sia per la dimensione mondiale, sia per i temi e le scelte organizzative che pratica – fa, sostanzialmente, due operazioni: 1) salta l'analisi sul fallimento del movimento operaio e della sinistra novecentesche proponendo, però, un impianto culturale (e, per certi versi, anche organizzativo) esterno a quella sconfitta; 2) consolida, progressivamente, una vocazione anticapitalista e di trasformazione della società. Un movimento che parte dunque dagli effetti della globalizzazione neoliberista sulla nuda vita delle persone piuttosto che dalla individuazione delle cause prime dello sfruttamento e dell'alienazione. Proprio quelle ispirazioni e ragioni abbandonate dalla parte maggioritaria della sinistra europea negli anni Novanta del secolo scorso perché, al contrario, aveva puntato tutto sul governo della modernizzazione capitalistica. L'altra sinistra, quella incarnata nel nostro paese principalmente da Rifondazione comunista, se da un lato sta dentro il movimento come soggetto fra soggetti – alla pari e orizzontalmente –, quando si tratta davvero di scegliere perde l'occasione più importante. Quando il movimento è in piena, non ha il coraggio di praticare fino in fondo il tentativo di rinascita di una nuova sinistra capace di rompere col passato per dare vita a una uscita innovativa e da sinistra rispetto alla crisi del movimento operaio del Novecento. Un'operazione, come più volte lo stesso Bertinotti ha sottolineato, che sarebbe stata simmetrica e opposta a quella perseguita da Occhetto: bisognava operare un rinnovamento radicale della forma-partito – che ancora si chiamava "comunista" – sciogliendo il Prc e rifondando una sinistra nuova attraverso il rapporto prevalente col movimento dei movimenti. È mancata, ancora una volta, la connessione sentimentale.


Fermi al 2008

La nascita del Partito democratico, neanche a dirlo, potrebbe rappresentare paradigmaticamente, il tradimento dei tradimenti: fusione a freddo estranea alla storia e al popolo, in una escalation più o meno costante da Walter Veltroni a Matteo Renzi (con la timida parentesi pseudo-socialdemocratica di Pier Luigi Bersani). Probabilmente, nemmeno un tradimento classico, visto che le intervenute progressive approssimazioni teorico-politiche – dal Pci al Pds ai Ds... – avevano già consumato tutto il consumabile (con la sola eccezione della veracità delle Feste dell'Unità).

La sinistra orfana di se stessa, sconnessa sentimentalmente e, addirittura, in versione extraparlamentare dal 2008 al 2013 c'ha provato a ritrovarsi... ma, pensandoci bene, a ritrovare che cosa?

Prendendo il toro per le corna, oggi la domanda più ricorrente è la seguente: perché, nel solco del movimento dei movimenti, in Spagna c'è Podemos, in Grecia Syriza (con le loro peculiarità, ci mancherebbe altro!) e qui in Italia niente di tutto questo? La risposta è duplice e, forse, troppo semplice (o semplicistica), ma in molti la fanno suonare così: il Movimento 5 Stelle, da un lato, e l'astensione, dall'altro, hanno occupato lo spazio politico che altrove è di Podemos e di Syriza; Grillo e non-voto si sono inseriti – a sinistra – in una legittima domanda di cambiamento mista a rassegnazione/esasperazione/indignazione. E gli Alexis Tsipras (anche nell'ultima versione post-referendum del 5 luglio e post-mediazione con la Troika, dunque pre-elettorale) o i Pablo Iglesias di turno (binomio giovane-innovatore, che addirittura non fa l'alleanza con Izquierda Unida alle elezioni politiche) sono incarnati qui in Italia dal quarantenne Matteo Renzi (per quanto appannato possa sembrare negli ultimi mesi, vedi il dibattito su Renzi 1 e Renzi 2). Chiaramente, per spiegare questo approdo, non possiamo non considerare il populismo di cui il paese è stato vittima nel ventennio berlusconiano: quale evoluzione/involuzione ci potevamo aspettare se non questa?

La sinistra cosiddetta radicale, o sinistra-sinistra che dir si voglia, nonostante le generosità di Nichi Vendola non ce l'ha fatta. La parabola discendente di Vendola e delle sue pugliesi Fabbriche di Nichi, intese come laboratori socio-culturali per andare oltre la classica forma-partito e riconnettere politica e territorio, è iniziata con l'avvento del governo tecnocratico di Mario Monti (e l'ennesimo tradimento del Pd?). Ed è proprio a partire da quell'anno che Grillo e i 5 Stelle hanno cominciato la loro ascesa che non si è ancora minimamente arrestata, tutt'altro. (Parentesi: ancora non è dato sapere perché le Fabbriche di Nichi sono state – politicamente e fisicamente – chiuse).

La sinistra-sinistra, paradossalmente (o paradigmaticamente), è restata ferma alle elezioni politiche del 2008: se a parole ha vissuto come una iattura epocale la lista "la Sinistra-l'Arcobaleno" – costruita come assemblaggio di partiti e partitini (Prc, Pdci, Verdi e Sinistra Democratica), ovvero di ceti e cetini politici –  nei fatti ha riproposto, mutatis mutandis, elezione dopo elezione, proprio le identiche modalità di assemblaggio. Unioni più o meno improbabili, tutte realizzate in laboratorio: o in prima battuta nei nuovi soggetti politici formatisi, oppure a circa un mese dal voto attraverso la costruzione di accrocchi elettoralistici. Dall'Arcobaleno alla Federazione della Sinistra, da Sinistra e Libertà a Rivoluzione Civile, finendo con l'Altra Europa con Tsipras e le oltre dieci fra liste e listine (per sette regioni) delle ultime elezioni regionali. Il modello-cartello è il rimosso freudiano della sinistra radicale italiana.


Tabula rasa?

Questa analisi, ovviamente, di qualcosa è monca. Manca di un attore decisivo, non solo e non tanto per la sinistra, ma per la politica tutta, ovvero i movimenti. Varie forme e modalità, vertenzialità e possibilità, in questi ultimi anni si sono comunque manifestate: dai NoTav alle mobilitazioni della Fiom, dagli studenti a quelle che un tempo chiamavamo "lotte di comunità" (intendendo, con questa espressione, i tanti conflitti territoriali). Non si sono minimamente fuse, intese; probabilmente hanno dialogato a distanza, ma non sono diventate istanza generale (naturalmente, questa analisi meriterebbe un approfondimento in altra sede, segnatamente per quanto concerne il tentativo di ricomposizione che stanno cercando di mettere in campo Maurizio Landini e la Fiom attraverso la cosiddetta "coalizione sociale").

Poi ci sono i movimentisti diventati più istituzionalisti degli istituzionali e/o para-partitisti, ma sbaglieremmo a usare categorie che ci porterebbero verso il baratro del risentimento. Sì, perché a sinistra la categoria del tradimento fa il paio con l'atteggiamento del risentimento: è un binomio ormai inscindibile, due facce della medesima medaglia. E quel risentimento si alimenta di saccenza e supponenza, introiettando, per questa via, un eccessivo personalismo (anche questa è eredità più o meno inconsapevole del berlusconismo).

Fra i molti tic della sinistra, il linciaggio del (presunto) traditore è certamente il più gettonato. Si tratta di considerare nemico principale colui o colei che fino a ieri, o l'altro ieri, era il più vicino a te, ma che adesso, essendo su un fronte leggermente (o progressivamente) diverso dal tuo (magari a causa di una scissione?), diventa novello (in seguito sarà più che consunto) nemico. Non puoi che risentirti di tutto ciò! E fargliela pesare di brutto.

A sinistra, allora, occorre fare tabula rasa? Sarebbe con ogni probabilità auspicabile, ma, al contrario, la proliferazione e l'atomizzazione oggi è incipiente: incontabili sono le sigle e le siglette, i gruppi e i sottogruppi, le associazioni... tutto entropicamente e inesorabilmente in aumento ("Possibile" di Pippo Civati e "Futuro a Sinistra" di Stefano Fassina sono solo gli ultimi parti...). Nei proclami si fa sempre appello all'unità e, contemporaneamente, nelle azioni quotidiane si mette in campo tutto il contrario creando sparute e sperdute isolette-rifugio dalle quali contrattare postazioni e proporzioni di ciò che un giorno verrà probabilmente composto. Mai come in questi ultimi tempi i fatti risultano essere inversamente proporzionali alle parole spese, matematicamente.

E come si fa a unire tutto ciò che è diviso? Ogni atomo ha il suo intrinseco movimento: «sciogliere tutto!», «federare tutti!», «una testa un voto!», «contino le associazioni non i partiti...», «una confederazione sarebbe quel lievito necessario...». Al di là della formuletta magica, il rischio concreto è che l'ipotetico nuovo soggetto unitario della sinistra italiana – prima ancora di nascere – vada a sbattere sul primo scoglio che si troverà davanti: e questo scoglio, come al solito, si concretizza nel tormentone «quale rapporto dobbiamo avere con il Partito Democratico?». Senza tralasciare, poi, un'ulteriore questione: la sinistra-sinistra saprà fare i conti con i numeri reali? I numeri di chi milita nei soggetti organizzati, i numeri di chi vota e, sopratutto, di chi non vota più. Forse la scissione più grande e importante a sinistra (e non solo), di questi tempi, è quella dagli elettori che, bontà loro, hanno già dato vita al più cospicuo dei soggetti politici: il partito dell'astensione.

Purtroppo, non avendo una soluzione pronta per l'uso – come nella migliore/peggiore tradizione della sinistra italiana – sono certamente anch'io, dentro fino al collo, parte del problema. Ma almeno non potrò essere accusato di tradimento.

Commenti